Nuova specie

L’uomo moderno, comparso duecentomila anni fa, ha continuato a condurre un’esistenza primitiva per centonovantamila anni. Come mai dall’umanità, a un certo punto, come d’improvviso, sono nate le civiltà? La risposta all’enigma risiede nel genoma umano. E’ provato che un gene chiamato ASPM comparso seimila anni fa ha trasformato il cervello umano. Si ritiene che, a seguito di questo evento, abbiano avuto luogo evoluzioni divergenti, nel senso che gruppi geograficamente separati hanno sviluppato le stesse funzioni, il che spiegherebbe la nascita delle civiltà una dopo l’altra. Se questa ipotesi è corretta, l’uomo moderno ha già conosciuto un’evoluzione del proprio cervello, benché su scala ristretta. Prima di domandarsi se una simile evoluzione umana fosse possibile, era fondamentale sapere che era già avvenuta in precedenza.
Uscito dalla biblioteca, Rubens tornò nella sua casetta a schiera a Georgetown, si mise al computer e scrisse la sua valutazione in un’unica seduta. Nel redigere la conclusione cercò di adottare un tono cauto.

Per quanto riguarda il piccolo Mbuti menzionato nella e-mail del professor Pierce, non possiamo stabilire se si tratti o meno di una nuova specie di organismo. A rigor di logica, è plausibile ipotizzare che la persona presenti una deformazione della struttura craniale. Se però tale deformità fosse dovuta a una mutazione nella sequenza di una base, questa non danneggerebbe minimamente la persona, anzi determinerebbe l’accelerazione delle sue funzioni cerebrali. In tal caso, forse sarebbe appropriato parlare di “essere umano evoluto” o di “nuova specie di essere vivente”.

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