La Dea Madre

Questo capitolo, caro professore, si annuncia affascinante e complesso, direi anzi che rappresenta forse il cuore della nostra esplorazione. Il suo contenuto apre a domande fondamentali, impone di andare a ritroso nelle vicende della civiltà fino a riscoprire esigenze, spinte, sogni ancestrali della psicologia umana, consapevole o inconscia. Non a caso lo abbiamo intitolato alla “Grande Madre” ovvero all’archetipo stesso della femminilità che perpetua l’esistenza, la prepara nel buio del ventre, come la terra custodisce i semi durante l’inverno, per poi, arrivato il momento, farla germogliare alla vita.

Cerco di riassumere la vicenda in termini che pur restando sommari non sono brevissimi. Sappiamo che le religioni arcaiche sono segnate all’inizio dalla presenza di una divinità femminile, onnipotente dispensatrice del bene e del male. E’ presumibile che l’immaginario primitivo fosse profondamente segnato dal parto, espulsione sanguinosa di un corpo vivo da un altro corpo vivo. La donna, socialmente legata all’amministrazione della casa, in quel momento supremo assumeva caratteristiche quasi divine: la dea madre che perpetuava la vita.
La divinità con caratteristiche maschili, il “padre onnipotente” compare solo più tardi anche se, una volta affermatosi, è lui ad assumere anche la funzione “femminile” di dare la vita. Alla dea delle origini vengono allora affidati altri ruoli. Diventa madre, sposa, sorella del dio, con caratteristiche che possono essere divine o semidivine.
Gli antropologi attribuiscono questi cambiamenti di ruolo alle mutate condizioni economiche, al predominio sempre più netto dei “maschi” data la loro più sviluppata forza muscolare, la maggior attitudine alla caccia, alla raccolta degli alimenti, alla più sviluppata abilità nell’uso delle armi per la difesa della proprietà e della prole.
[…]
Le società arcaiche non erano arrivate a collegare l’atto sessuale con la fecondazione e la successiva gravidanza.

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