Siamo quel che mangiamo

“Il 97 per cento di quel che siamo è quel che mangiamo”, mi disse, a mò di introduzione, la giovane dietologa dell’MSKCC da cui ero stato mandato per farmi consigliare una dieta che mi aiutasse ad affrontare meglio la chemioterapia. “L’industrializzazione del cibo ha creato grandi disequilibri nel nostro corpo e sta seriamente minando la nostra salute. Per cui mangi il più naturale possibile.”

Se volevo aiutare il mio corpo, dovevo bere molti infusi d’erbe, evitare il latte perché troppo grasso e accontentarmi di quello di soia. Potevo mangiare yogurt magro e tanta frutta. Se insistevo a essere vegetariano, come ero diventato per osmosi vivendo in India, che mangiassi allora tante noci, pinoli, mandorle e semi – ottimi quelli di zucca e quelli di girasole – purché non fossero troppo salati.
“Faccia in modo che i suoi piatti siano coloratissimi, metta assieme verdure rosse, gialle, verdi, nere. Mangi tanti broccoli, porri e aglio a volontà. Due o tre volte al giorno si faccia dei frullati e metta dentro di tutto: carote, mele, spinaci e tutti i frutti di bosco che trova, specie i mirtilli. Mi raccomando: delle arance e dei pompelmi mangi anche la parte bianca. Tutto ciò che è fibra fa bene al suo caso e serve a regolare l’intestino”, mi disse e io, come fossi stato ancora il me-giornalista, prendevo appunti.
Io, che nella vita non avevo mai fatto molta attenzione a quel che trangugiavo, che non mi ero mai preoccupato se il piatto dinanzi a me era salato o no, se la roba era bollita o fritta, feci presto a diventare coscientissimo di tutto quel che mettevo in bocca. Divenni un assiduo visitatore dei negozi di prodotti biologici e un attento lettore di tutto ciò che era scritto sulle confezioni. Imparai a diffidare delle etichette con vignette di laghi e montagne, intese solo a turlupinare l’acquirente, e a guardare invece quel che, per legge, i produttori dovevano dichiarare come componenti dei loro prodotti. Tutto ciò che aveva conservanti o additivi di odore, sapore o colore non lo toccavo. Improvvisamente ero ossessionato dal pericolo di mangiare cose inquinate. Buttai via tutte le pentole e le padelle in teflon che avevo trovato nell’appartamento, ricomprai tutto in ferro e misi una gran cura a cucinarmi ogni pasto nella maniera più semplice e naturale possibile. […]
Se è vero che il corpo è in gran parte quel che mangia, forse anche il cancro, che era parte del mio corpo, era dovuto a quel che avevo mangiato. Il ragionamento non faceva una grinza e ripensavo con orrore agli anni di meravigliosi pasti cinesi che uscivano da cucine puzzolenti e lerce, alle zuppe mangiate per strada in Indocina, alle mille cose che uno per fame, per noia o per compagnia ingurgita nella vita. E le ciotole e i piatti malrigovernati da cui uno mangia? E quelli pulitissimi dei grandi alberghi, lavati e lucidati non con la sanissima cenere delle nostre nonne, ma con ogni sorta di detersivo dannoso alla salute?

 

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