Un neurochirurgo in coma

La mia era, in un certo senso, una summa esasperata di esperienze ai confini della morte. In qualità di neurochirurgo con decenni di ricerche e di pratica in sala operatoria alle spalle, ero in una posizione privilegiata per giudicare non soltanto la realtà, ma anche le implicazioni di ciò che mi era accaduto.

Quelle implicazioni sono straordinarie, al di là di ogni descrizione. La mia esperienza dimostrava che la morte fisica e cerebrale non segna la fine della coscienza, e che l’esperienza umana continua oltre la tomba. Ma, soprattutto, continua sotto lo sguardo di un Dio che ci ama e si prende cura di ciascuno di noi e della destinazione finale dell’universo stesso e di tutti gli esseri che lo abitano.
Il luogo che visitai era reale. Così reale che la vita che stiamo vivendo qui, adesso, appare completamente assurda al confronto. Questo, tuttavia, non significa che io non apprezzi la vita che sto vivendo ora. Al contrario, la amo più di quanto abbia mai fatto prima. E’ così perché ora la vedo nella sua vera prospettiva.
Questa vita non è priva di senso. Ma non possiamo capirlo da qui, almeno non sempre. Quello che mi è accaduto quando ero in coma è senz’altro la storia più importante che mi troverò mai a raccontare.

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