Meteore d’oro

Kirkpatrick corrugò la fronte, spense il registratore e si massaggiò il collo. Era orgoglioso della propria ricerca, ma un dubbio irritante gli assillava ancora la coscienza. Si avvicinò al vetro sigillato, portando con sé il registratore.
Premette un tasto e aprì l’avvolgibile facendo ruotare le stecche verticali, rivelando quanto era contenuto nel vano d’incubazione del laboratorio adiacente: un brodo di coltura giallognolo che ribolliva e formava vortici. In quella miscela, piccole tracce d’oro fluttuavano come lucciole. Frammenti di colonie di nanobot. Sostanza Z.
Ma non era stato quello ad attirare Kirkpatrick.
Dodici feti umani penzolavano da due rastrelliere. Lo scienziato si sporse un pò in avanti per esaminarle. I due che erano al secondo trimestre stavano già sviluppando piccole ali. La testa, bulbosa e troppo grande rispetto alla corporatura minuscola, sembrava ciondolare nella sua direzione. Lo fissavano grandi occhi neri, per il momento senza palpebre. Piccole braccia si muovevano lentamente. Uno dei feti stava succhiando il piccolissimo pollice.
Kirkpatrick individuò il luccichio di denti aguzzi. Prese di nuovo il registratore e lo accese: “Sono arrivato a convincermi che le meteore d’oro scoperte dagli inca siano, in effetti, una qualche forma di spore extraterrestri. Una civiltà aliena, nell’impossibilità di trasportare i propri membri fisicamente, ha seminato sonde di nanobot per il sistema stellare. Le sonde si sono disseminate nello spazio come parti di un soffione, nella speranza di trovare terreno fertile tra gli innumerevoli pianeti. […] Benvenuti sulla terra.”

 

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