Vuota ritualità

Ma vengo al punto. Come lei sa molto meglio di me perché è il suo mestiere, l’argomento se la vera fede sia più nell’osservanza dei precetti o nella purità dell’animo risale addirittura alla polemica di Gesù contro il formalismo dei farisei, il cui nome, infatti, proprio per la loro pedante osservanza (secondo alcuni oltre che pedanti erano anche servili verso il potere), è diventato sinonimo di ipocrisia e di falsità. Ma, per venire a tempi (un po’) più recenti, lei sa altrettanto bene che questo fu un argomento centrale nella Riforma protestante promossa da Martin Lutero.
Quel genio ribelle considerava le pratiche devozionali di fatto inutili. Sosteneva che fossero ormai ridotte a vuota ritualità quando non ad aperta superstizione, e che proprio su quei gesti spesso vuoti di senso la Chiesa fondasse il suo controllo dei fedeli. Basta pensare al comportamento di tanti sedicenti cattolici di oggi, bigami, adulteri, concubini, però pronti a baciare anelli e a biascicare giaculatorie, per dare ragione all’irrequieto frate tedesco. Del resto, Lutero riprendeva e ampliava un concetto già presente in Paolo di Tarso (san Paolo), dunque la questione è antica. Però molto sentita, ancorché antica; e infatti, il rapporto tra fede e opere nella giustificazione del cristiano davanti a Dio è stata una delle questioni fondamentali sulle quali s’è infranta l’unità della Chiesa.
A mio parere, non è un caso che nel cristianesimo di tipo mediterraneo, che chiamiamo cattolicesimo, abbia prevalso l’osservanza dei riti, una religiosità spesso esteriore e fiacca, secondo alcuni paganeggiante (valutazione che condivido), comunque guidata dai preti; il che scarica il singolo fedele di buona parte della sua individualità e dà alla casta sacerdotale un buon controllo sulle coscienze. E non solo su quelle.

 

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