Trasferimenti quantici

“Ho pensato che potesse risultare interessante, per lei, venire qui”, disse Gordon, introducendo Stern in un altro laboratorio. “Non foss’altro che per ragioni storiche. In questo laboratorio è stata sperimentata per la prima volta la nostra tecnologia”. Accese la luce.
Il laboratorio era un enorme stanzone in disordine, rivestito di piastrelle grigie antistatiche; il soffitto era aperto a rivelare luci schermate e piattaforme di metallo che sorreggevano robusti cavi, simili a cordoni ombelicali, collegati ai computer sui tavoli. Su uno dei tavoli c’erano due piccoli apparecchi simili a gabbie, alti all’incirca trenta centimetri, distanti tra loro poco più di un metro e uniti da un cavo.
“Questa è Alice”, disse Gordon con orgoglio, indicando una delle due gabbie. “E questo è Bob”.
Stern sapeva della convenzione, vigente nel campo degli esperimenti sulle trasmissioni quantiche, di chiamare ‘Alice’ e ‘Bob’ (o ‘A’ e ‘B’) i dispositivi utilizzati. Osservò le piccole gabbie. In una di esse vide una bambolina di plastica, vestita di percalle.
“La prima trasmissione è avvenuta qui, quattro anni fa”, disse Gordon. “Siamo riusciti a trasferire con successo la bambolina da una gabbia all’altra”.
[…]
“Vede”, disse Gordon, “l’intenzione originaria era quella di portare a termine la trasmissione di oggetti tridimensionali. Il fax tridimensionale. Forse, lei sa che tale questione ha suscitato un certo interesse. […] Fu assai incoraggiante, ma com’è ovvio non era sufficiente trasferire un oggetto tra due stazioni collegate tramite cavi. Dovevamo riuscire a trasmettere a distanza, tramite onde radio. Così, ci abbiamo provato. In questo laboratorio”.
Attraversò la stanza e si avvicinò ad altre due gabbie, un pò più grosse ed elaborate delle precedenti. […]
“Alice e Bob, parte seconda”, disse Gordon. Detti anche Allie e Bobbie. Questo fu il banco di prova della trasmissione di oggetti a distanza”.
“E come andò?”.
“Non funzionò”, rispose Gordon. “Provammo a trasmettere da Allie, ma Bob non riuscì mai a ricevere nulla”.
Stern annuì lentamente. “Già, perché l’oggetto trasmesso finiva in un altro universo, vero?”.

 

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