Il segreto magico di Gengis Khan

Lin-Piao non aveva mentito.
Stringeva tra le mani uno scritto che avrebbe fatto la gioia di qualsiasi studioso.
E Tommaso, che conosceva bene Il Milione, poteva attestare quanta differenza ci fosse tra il libro conosciuto in tutta Europa e quella prima versione autografa delle stesse memorie.
I sessanta fogli di spessa pergamena, fittamente coperta di segni sul fronte e sul retro, erano stati redatti in periodi differenti. La maggior parte delle annotazioni era datata e piuttosto breve, non superando il paio di righe, e riguardava un lasso di tempo compreso tra il 1275 e il 1291. Marco Polo aveva dunque steso appunti in ogni fase del suo lungo viaggio e della sua permanenza in Cina, certo con l’intenzione di dare loro una sistemazione organica una volta tornato in patria. Niente a che vedere, quindi, con la progressione in capitoli de Il Milione. E molte di quelle stringate osservazioni concernevano luoghi, popoli o personaggi che non sarebbero poi apparsi nel libro. Esistevano ancora, ad esempio, i Karazi dell’Iran? E i mangiatori di serpenti dell’India sudorientale? E chi era Mataghoulam, divinità adorata sul Pamir e di cui lui non aveva mai sentito parlare?
L’italiano si rendeva però conto che tutto questo, benché di straordinario interesse, scompariva a fronte di un solo, particolare frammento di pergamena. Per quelle poche righe molti uomini erano già morti e molti sarebbero stati disposti a uccidere ancora.
Ne era sicuro.
Con mano tremante, accostò lo scritto alla luce di una lampada ad olio, e lesse a voce alta. Era solo, nella sua stanza, nel suo appartamento, all’interno della Città Proibita. Ma doveva leggere ad alta voce per provare, prima di tutto a se stesso, che non si trattava di un sogno.

E quando guarivano a guisa di miracolo i suoi soldati, il suo orgoglio e la sua brama di conquistare il mondo crescevano, tanto che neanche i consiglieri maggiori potevano frenarlo. Cosicché partiva sempre per nuovissime imprese…

La capacità di guarire i soldati, malati o feriti in battaglia.
Ecco il segreto di Gengis Khan.
Ecco in che modo le sue truppe avevano potuto avanzare per l’intero continente d’Asia, sempre intatte per numero, forti per energia ed entusiasmo, inarrestabili anche dopo lunghi ed estenuanti combattimenti. Non i mangani e il fuoco inestinguibile, non armi particolari, non conoscenze tecniche acquisite forse dagli stessi occidentali avevano nutrito le conquiste di Temujin.
Ma un potere magico, perché solo la magia poteva giustificare quell’espressione: a guisa di miracolo.
Grozio si chiese chi l’avesse trasmessa al Khan. Chi aveva ritenuto giusto mettere in mano ad un uomo tanto feroce un potere tanto vasto. Chi aveva voluto trasformare, con la propria arte, una pericolosa banda di nomadi in un esercito di indemoniati figli di Satana.
E poi: in che modo?
Come si esercitava il potere? Questo, Marco Polo non lo diceva.

 

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