Un papa scomodo

Un brutto segnale c’era stato nel momento stesso dell’elezione. Era l’agosto 1978, Paolo VI era morto da pochi giorni dopo aver regnato per quindici anni. Il conclave che avrebbe portato al soglio il successore era stato rapidissimo, quattro votazioni nella stessa giornata, poco più di ventiquattro ore. Risultato: 101 voti a favore su 111 partecipanti. Fra le due correnti, i conservatori (schierati per l’arcivescovo di Genova Giuseppe Siri) e i progressisti (a favore dell’arcivescovo di Firenze Giovanni Benelli), alla fine aveva vinto lui: Albino Luciani, veneto, sessantasei anni, uomo pio, forse troppo, per quella carica. […]
Che fosse un papa particolare, però, lo si capì ugualmente. Parlava più come un parroco che come un regnante, sorrideva spesso, usava espressioni gentili, arrossiva con facilità, e lo ammetteva. Confessò anche quale timore l’avesse colto nell’apprendere di essere stato scelto come successore di Pietro […]. Anche per questo, verosimilmente, scelse per la prima volta nella storia millenaria della dinastia pontificia un doppio nome, Giovanni Paolo I, quasi invocando la protezione dei suoi due grandi predecessori.
Tutti sanno che il suo fu uno dei pontificati più brevi, appena trentatré giorni, e che la sua morte fu repentina. Ma per cercare di capire come mai siano rimasti tanti dubbi sulle cause reali del decesso, bisogna almeno riassumere la quantità di cose che il mite Albino Luciani fu capace di fare o di annunciare in quel mese o poco più in cui gli fu consentito regnare. Comincia subito, con veemenza, a rivedere dettagli procedurali o cerimoniali niente affatto insignificanti, oltre che di grande visibilità mediatica: abolisce il plurale majestatis, anche se “l’Osservatore Romano” gli correggeva i testi prima di pubblicarli; abolisce la tiara, o triregno, confermando in questo la volontà di Paolo VI; abolisce la sedia gestatoria portata a spalla dai valletti e seguita da due flabelli, in una scenografia di tipo egizio adatta tutt’al più a un teatro d’opera; abolisce la messa per l’incoronazione, sostituita da una “solenne cerimonia per l’inizio del ministero petrino”; rifiuta di sedere sul trono durante le cerimonie solenni.
Strani, inauditi, furono i suoi primi discorsi. Disse che Dio era padre, ma più ancora madre: si rifaceva all’Antico Testamento, ma così dicendo violava una tradizione consolidata. Infatti, papa Ratzinger, secondo il quale “Dio è solo padre”, l’ha immediatamente ripristinata. Parlò spesso di sé in termini umani, raccontando delle sue esperienze e del suo passato ministero, ammettendo le sue debolezze. Si capì subito che era un papa umile, e si cominciò a dire con altrettanta rapidità (ne conservo, da cronista, memoria netta) che forse non era adatto alla complessità della carica, che la sua elezione è stata un errore. Si ipotizzò anche che, con ogni probabilità, non sarebbe durato. Infatti non durò. […] Giovanni Paolo I si disse servo di Gesù e della Chiesa, e anche nel suo caso l’incarico ebbe breve durata.
Una delle cose che si seppero dopo la sua morte improvvisa è che sul tavolo della sua stanza era stata trovata una copia del settimanale “Il Mondo” aperta su un’inchiesta dal titolo Santità… è giusto? Rivolgendosi direttamente a lui, il giornale chiedeva se fosse giusto “che il Vaticano operi sui mercati di tutto il mondo come un normale speculatore? E’ giusto che abbia una banca con la quale favorisce di fatto l’esportazione di capitali e l’evasione fiscale di cittadini italiani?” […]
Ciò di cui non si può dubitare è che il problema delle ricchezze, ovvero della finanza vaticana, disinvolta fino all’arbitrio, fosse per papa Luciani più che un cruccio, un vero incubo. In quei veloci trentatré giorni tornò più volte sull’argomento; avrebbe addirittura voluto scrivere un’enciclica sulla povertà nel mondo, se ne avesse avuto il tempo; auspicava (sognava) un ritorno della Chiesa alla povertà evangelica, e che almeno l’1 per cento degli introiti del clero fosse devoluto ai poveri. La Chiesa non deve avere né possedere ricchezze, diceva. […]
Un altro inquietante segnale, molto serio questa volta, si ebbe pochi giorni dopo la sua elezione, quando la rivista “O.P. Osservatore politico” di Mino Pecorelli, che un anno dopo sarebbe stato assassinato, pubblicò l’elenco di un centinaio di ecclesiastici iscritti alla massoneria. […]
Furono queste premesse a far sospettare un omicidio nella fine improvvisa di Albino Luciani. Ipotesi facilitata dalle numerose incongruenze e reticenze nella ricostruzione dei fatti. […] Di fronte ad una morte tanto inaspettata sarebbe stato auspicabile chiarire ogni dubbio eseguendo un’autopsia sul cadavere, che invece fu negata. […] Davanti a questa ridda di voci, riprese dai maggiori media mondiali, sarebbe stato opportuno che la Chiesa approfondisse le cause della tragedia, le chiarisse e le rendesse note. Invece si è scelta, come sempre, la strada di un inquietante silenzio.

 

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