Analisi di un dipinto

In base ai dati il dipinto misurava 113 x 159 centimetri e questo avrebbe comportato per me una certa scomodità al momento di intervenire. Presentava inoltre la particolarità di avere la tela fissata al telaio con chiodi numerati, prodotti in Russia all’inizio del secolo, chiodi che Donna stava tentando disperatamente di trovare, nel caso se ne fosse rotto qualcuno nell’atto di staccare la tela per sostituirla con la copia. Ma, a prescindere da questi due piccoli dettagli, l’opera non sembrava presentare grandi problemi per quanto riguardava manipolazione e falsificazione: l’esame dei pigmenti, realizzato con il microscopio elettronico, aveva rivelato che i colori utilizzati da Krylov erano tutti di produzione industriale (il bianco, per esempio, era un comune ossido di titanio) causati da una granulosità di minime dimensioni paragonata a quella dei pigmenti antichi, che venivano frantumati a mano e, pertanto, presentavano un livello di impurità molto alto. La tela non presentava, nelle zone più vicine al supporto, nemmeno il più lieve deterioramento dovuto alla piroscissione, come è normale nei dipinti che hanno fra gli ottanta e i cent’anni di età; probabilmente, come dicevano le note inviate da Cavalo, Krylov preparava le tele usando una sottilissima imprimitura bianca a gesso e colla, molto diluita nell’acqua per mantenere l’elasticità dei tessuti lavorati con telai meccanici moderni.

Donna usò pennelli di crine di cavallo, che dovette costruirsi da sé perché non era riuscita a trovare quelli adatti; fu costretta a invecchiarli lasciandoli alcuni giorni immersi nell’aceto e poi li tagliò dandogli le forme e le dimensioni intuite attraverso l’osservazione delle pennellate. E non solo questo. L’ultima mano di pittura dovette darla nella sua casa di campagna in Toscana, accanto ad un vecchio camino acceso con legna quasi verde perché producesse il nero del fumo che si era mescolato ai colori a olio usati da Krylov mentre dipingeva i suoi mugik.

 

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