Ortodossia, eresia e “semplici fedeli”

Che cosa è l’ortodossia per il pensiero antico? Lo possiamo riassumere così: al momento dell’Ascensione, Cristo consegna agli apostoli il deposito della fede, vale a dire ciò che ha detto e ciò che ha fatto. La Chiesa, infatti, si dice “apostolica” proprio in virtù della trasmissione fatta da Cristo agli apostoli. Alla morte di ciascun apostolo, ognuno di loro consegna il deposito nelle mani del suo successore, che è il vescovo.
L’ortodossia si stabilisce dunque in virtù della retta successione dei vescovi. Fino a quando questa legittimità è garantita, lo è anche l’ortodossia di quella Chiesa. Ne consegue che l’eresia è l’indesiderato effetto di un vulnus, di una frattura nel processo della legittima successione apostolica. Questo schema teologico, nella sua sostanza, non viene messo in discussione fino al XX secolo. Ireneo, vescovo di Lione, nella sua opera contro le eresie intitolata Adversus haereses pubblica la lista di successione dei vescovi di Roma. Lo fa proprio per stabilire che, al pari di altre comunità, essendo legittima la successione da Pietro all’ultimo vescovo vivente, in quella Chiesa vige l’ortodossia.

Lei ha detto “fino al XX secolo” e questo sembra, se posso dirlo, stupefacente. Quando, come, questo schema cambia?
Lo schema è messo in crisi dalla pubblicazione, nel 1934, di una famosa opera dello studioso tedesco Walter Bauer intitolata Rechtglaubigkeit und Ketzerei im altesten Christentum (Ortodossia ed Eresia nel più antico cristianesimo), che evidenziava un dato inconfutabile. Esaminando le origini del cristianesimo nelle grandi metropoli del mondo antico, Alessandria, Antiochia, Edessa, Gerusalemme e, infine, Roma, Bauer aveva constatato che, nelle loro prime manifestazioni, le comunità avevano spesso praticato un cristianesimo che in seguito, paradossalmente, era stato dichiarato eretico. Secondo lo studioso, questa è fra l’altro una delle ragioni per cui sappiamo così poco del cristianesimo delle origini. Le comunità, una volta giunta a miglior definizione il dogma, avrebbero rimosso la storia delle origini, che appariva inadeguata alle nuove condizioni della Chiesa e della teologia. Dall’interpretazione di Bauer risulta insomma che, storicamente, l’eresia precede l’ortodossia.

Queste sono cose di cui certo non si parla a livello di semplici fedeli per le ragioni che possiamo facilmente intuire.
Lei ha appena usato una frase che è spesso fonte di equivoci. Ha detto: “per le ragioni che possiamo facilmente intuire”. Frasi simili sono usate per alludere a una sorta di congiura del silenzio ordita dalla Chiesa per eliminare tesi scomode. Non è così: le tesi di Bauer e degli altri studiosi cui faremo riferimento sono note e universalmente diffuse tra gli addetti ai lavori. Non se ne parla a livello di semplici fedeli appunto per la “semplicità” di questi ultimi. Il problema, caso mai, sarebbe valutare quanto colpevole o, viceversa, coatta, sia questa simplicitas, soprattutto in Italia. Leggere tali studi è difficile e Bauer, per esempio, non è nemmeno tradotto in italiano. E poi si tratta di cose che interessano poco il grande pubblico. Ma non ci sono congiure del silenzio.

D’accordo. Quello che io posso constatare, Bauer a parte, è che fra le sue risposte in questo colloquio e ciò che un “semplice fedele” conosce della sua religione c’è un abisso. La vulgata cristiana, le nozioni accessibili a tutti, sono enormemente riduttive rispetto alla complessità teologica e intellettuale con la quale il cristianesimo è stato pazientemente costruito. Non ci sarà una congiura del silenzio, ma una diffusa ed interessata ignoranza certamente sì. Torniamo a Bauer.
Oh sì, diffusa e profonda ignoranza! Del resto, se le cose non si insegnano, nessuno le può imparare. E nelle scuole italiane, a eccezione dell’università, queste discipline non vengono insegnate.

 

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