Mente e macchina

“Cosa abbiamo scoperto, dunque?” domandò Painter.
“Che siamo di fronte a qualcosa che non ci è del tutto nuovo”, rispose Malcolm in modo criptico. Inforcò un paio di occhiali con le lenti azzurrate per leggere i monitor dei computer affaticando meno gli occhi. Aprì un computer che aveva portato sotto un braccio e aggiunse: “Abbiamo fatto un confronto tra le tomografie della bambina e il mio esame del teschio. I due apparecchi sono identici, anche se quello della bambina è più sofisticato.”
“Che cosa sono?” chiese Kat.
“In linea di massima, sono dei generatori SMT”, rispose Malcolm.
“Stimolatori magnetici transcranici”, spiegò Lisa, anche se non servì a granché.
Painter scambiò uno sguardo confuso con Kat. “Perché non cominciate da principio? E con parole semplici.”
Malcolm si picchiettò la tempia con una penna. “Allora cominciamo da qui. Il cervello umano. E’ composto da trenta miliardi di neuroni. Ogni neurone comunica con quelli vicini mediante molteplici sinapsi, formando più o meno un milione di miliardi di connessioni sinaptiche. A loro volta, queste connessioni formano un numero enorme di circuiti neurali. E, per ‘enorme’, intendo dire nell’ordine di dieci seguito da un milione di zeri.”
“Un milione di zeri?” domandò Painter.
Malcolm guardò Crowe da sopra il bordo degli occhiali. “Per darti un’idea delle dimensioni, il numero totale di atomi in tutto l’universo è solo dieci seguito da ottanta zeri.” Alla reazione sbalordita di Painter, Malcolm annuì. “Pertanto nei nostri crani è racchiusa un’enorme potenza di calcolo che abbiamo appena cominciato a comprendere. Stiamo solo sfiorando la superficie.” Indicò la vetrata. “Ma c’è qualcuno che sta scavando molto più in profondità.” […]
Painter corrugò la fronte. “Dove vuoi arrivare?”
Lisa posa una mano sulla sua. “Ci siamo già arrivati. Il confine tra uomo e macchina è già sfocato. Oggi abbiamo microelettrodi così sottili che si possono inserire in singoli neuroni. Alla Brown University, nel 2006, hanno inserito un microchip nel cervello di un uomo paralizzato, collegato a un centinaio di questi microelettrodi. Dopo quattro giorni di esercizio, l’uomo – col solo pensiero – poteva spostare il puntatore di un computer su un monitor, aprire le e-mail, comandare un televisore e muovere un braccio robotico. Noi siamo arrivati fin qui, in questo campo.”

 

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