Fermi e Majorana

“Confrontò le due tabelle e, avendo constatato che erano in pieno accordo fra loro, disse che la tabella di Fermi andava bene …”. Non era andato dunque per verificare se andava bene la tabella da lui calcolata nelle ultime ventiquattr’ore (in cui avrà anche dormito), ma se andava bene quella che Fermi aveva calcolato in chissà quanti giorni. La trasformazione dell’equazione Thomas-Fermi in equazione Riccati, non sappiamo poi se gli fosse venuta naturalmente, involontariamente, o se non implicasse un giudizio.
Comunque, superata Fermi la prova, Majorana passò a Fisica e cominciò a frequentare l’Istituto di Via Panisperna: regolarmente fino alla laurea, molto meno dopo.
Ma il suo rapporto con Fermi c’è da credere sia rimasto sempre per come stabilito dal primo incontro: non solo da pari a pari (Segrè dirà che a Roma solo Majorana poteva discutere con Fermi), ma distaccato, critico, scontroso. Qualcosa c’era, in Fermi e nel suo gruppo, che suscitava in Majorana un senso di estraneità, se non addirittura di diffidenza, che a volte arrivava ad accendersi in antagonismo. E per sua parte, Fermi non poteva non sentire un certo disagio di fronte a Majorana. Le gare di complicatissimi calcoli – Fermi col regolo calcolatore, alla lavagna o su un foglio; Majorana a memoria, voltandogli le spalle: e quando Fermi diceva “sono pronto”, Majorana dava il risultato – queste gare erano in effetti un modo di sfogare un latente, inconscio antagonismo.

 

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