Curva simil-temporale chiusa

“Ecco a voi l’ultima versione della nostra tecnologia CTC”, disse Gordon. “Acronimo che sta per Closed Timelike Curve, ossia “Curva simil-temporale chiusa”, il tipo di topologia dello spazio-tempo da noi utilizzata per spostarci nel passato. Abbiamo dovuto sviluppare da zero un’intera famiglia di tecnologie completamente nuove per realizzare queste macchine. Quella che vedete è la sesta versione, da quando è stato creato il primo prototipo funzionante, tre anni fa.”
Chris fissò le macchine senza dir nulla. Kate Erickson si guardò intorno in cabina. Stern si massaggiava nervosamente il labbro superiore, mentre Marek lo teneva d’occhio.
“Tutta la tecnologia fondamentale è contenuta nella base delle macchine”, riprese Gordon, “compresa la memoria quantica ad arseniuri di indio e di gallio, i laser del computer e le batterie. I laser vaporizzanti, ovviamente, si trovano nelle strisce di metallo. Quel metallo dal colore opaco è il niobio; i serbatoi a pressione sono di alluminio; gli elementi dell’accumulatore sono fatti di polimeri.”
Furono raggiunti da una ragazza dai corti capelli rosso scuro e dalle maniere spicce. Indossava una camicia militare, pantaloncini corti e anfibi. Sembrava pronta per un safari. “Gomez vi assisterà durante il vostro viaggio. Ora sta per essere spedita nel passato per fare quello che noi chiamiamo burn check. Ha inizializzato il segnalatore di posizione, ha inserito la data di arrivo prescelta e ora sta verificando la correttezza dei dati”. Premette il pulsante dell’interfono. “Sue, ti dispiace mostrarci il tuo segnalatore?”
La donna sollevò un wafer rettangolare bianco, delle dimensioni di un francobollo, che stava agevolmente sul palmo di una mano.
“Per andare nel passato userà quel piccolo aggeggio.”
[…]
Si sporse in avanti per premere il pulsante di un interfono. “Quanto starai via, Sue?”
“Un minuto o due”.
“Okay, sincronizzazione”.
A quel punto la parola passò ai tecnici che si misero a lavorare freneticamente alla loro console.
“Controllo elio“.
“Serbatoio pieno”, rispose Sue Gomez, controllando sul suo monitor.
“Controllo elettromagnetico”.
“Eseguito”.
“Pronti all’allineamento laser”.
Uno dei tecnici premette un interruttore, e dalle strisce di metallo un fascio densissimo di raggi laser verdi venne proiettato verso il centro della macchina, disseminando il viso e il corpo di Gomez, che aveva gli occhi chiusi, di decine di puntini luminosi.
Le sbarre presero a ruotare lentamente. La donna, al centro della gabbia, rimase immobile. I laser tracciavano sottili scie orizzontali sul suo corpo. A un certo punto, le sbarre si fermarono.
“Laser allineati”.
“Ci vediamo tra un minuto, Sue”, disse Gordon. Quindi, si rivolse agli altri. “Ecco, ci siamo”.
Gli schermi ricurvi pieni d’acqua intorno alla gabbia cominciarono ad assumere una lieve luminosità azzurrina. La macchina riprese a ruotare lentamente. La donna, all’interno, era sempre immobile. La macchina le ruotava intorno.
La vibrazione aumentò di intensità, la rotazione di velocità. La donna era in piedi, ferma e rilassata.
“Questo viaggio”, disse Gordon, “durerà un paio di minuti al massimo, ma le sue batterie bastano per trentasette ore. Più di tanto, questa macchina non può restare lontana”.
Le sbarre vorticavano rapidissime. All’improvviso udirono un fitto ticchettio, come la raffica di un’arma automatica.
“E’ la verifica della condizione di via libera: dei sensori a infrarossi esaminano lo spazio circostante la macchina e le impediscono di procedere in presenza di un qualunque oggetto nel raggio di due metri. E’ una misura di sicurezza, per evitare che la macchina si materializzi nel bel mezzo di un muro di pietra. Bene. Stanno rilasciando xeno. Si parte”.

 

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